A fare il punto su questo meccanismo integrato è la review intitolata "Neuroendocrine and neural control of bone mass in health and disease", pubblicata sul Journal of Clinical Investigation (rivista con Impact Factor 13.6) da un gruppo internazionale di esperti guidato, tra gli altri, da Andrea Giustina, presidente GIOSEG e direttore dell'Unità Operativa di Endocrinologia dell'IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, e da Mone Zaidi della Icahn School of Medicine at Mount Sinai di New York.
Il lavoro scientifico descrive due principali direttrici nel controllo centrale dello scheletro: il versante neuro-ormonale e quello nervoso. Sul fronte ormonale, molecole prodotte dall'ipofisi come FSH, TSH, GH, ossitocina e vasopressina sono in grado di agire direttamente sulle cellule ossee, modulando l'attività di osteoblasti e osteoclasti deputati rispettivamente a formazione e riassorbimento. Sul fronte nervoso, le fibre simpatiche, parasimpatiche e sensitive trasmettono al tessuto scheletrico impulsi regolatori provenienti dal sistema nervoso centrale.
Fra gli elementi di maggiore interesse figura l'ormone follicolo-stimolante (FSH). Oltre alla funzione riproduttiva, l'incremento di FSH tipico della perimenopausa e della menopausa appare collegato a una maggiore perdita di massa scheletrica, indipendentemente dal calo degli estrogeni. Una recente ricerca sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism ha riscontrato un'associazione tra valori elevati di FSH e maggior rischio di frattura di femore negli anziani. Gli autori precisano tuttavia che, sebbene siano in fase di studio strategie sperimentali di blocco dell'FSH, non si tratta di terapie attualmente disponibili nella pratica clinica.
La rassegna analizza anche l'impatto di altre condizioni endocrine. Livelli marcatamente soppressi di TSH, frequenti nell'ipertiroidismo o in determinate terapie per i tumori tiroidei, possono incrementare il riassorbimento e il rischio di lesioni scheletriche. Inoltre, quadri di disfunzione ipofisaria quali acromegalia, deficit di GH e panipopituitarismo richiedono un attento monitoraggio scheletrico: uno studio del 2025 apparso su Osteoporosis International, condotto su oltre 3.800 pazienti over 50 con panipopituitarismo, ha evidenziato una probabilità sensibilmente maggiore di fratture maggiori, vertebrali e femorali rispetto alla popolazione di controllo.
A livello globale, l'osteoporosi interessa circa 200 milioni di persone. Nel contesto epidemiologico italiano riguarda oltre 4,3 milioni di individui secondo le stime SCOPE/International Osteoporosis Foundation; tra gli over 50 tocca circa una donna su quattro e quasi un uomo su quindici. Nel nostro Paese si registrano circa 568.000 nuove fratture da fragilità all'anno, pari a circa 1.560 fratture al giorno e 65 ogni ora. Le proiezioni demografiche indicano che entro il 2034 le fratture annue potrebbero superare quota 700.000, con un incremento stimato di oltre il 23% rispetto al 2019 e un onere economico stimato per l'Italia in 9,45 miliardi di euro annui, pari a circa il 6% della spesa sanitaria.
Nonostante la rilevanza dell'impatto clinico e sociale, la patologia soffre di un ritardo diagnostico e terapeutico: fino all'80% delle persone che subiscono una frattura da fragilità non riceve un percorso di cura adeguato, e un'indagine italiana del 2025 nell'ambito dei Fracture Liaison Service ha rilevato che oltre l'80% dei pazienti ha avviato il trattamento farmacologico con oltre due mesi di attesa, registrando un ritardo mediano di 24 mesi.
Secondo quanto sottolineato da Giustina, considerare il sistema scheletrico come parte di una rete sistemica integrata non sostituisce i fattori di rischio consolidati né altera le misure di prevenzione primaria — come nutrizione corretta, attività motoria e diagnosi tempestiva —, ma fornisce una chiave interpretativa più completa per comprendere i meccanismi sottostanti e orientare la futura ricerca clinica verso approcci personalizzati.



