In un'intervista pubblicata il 24 marzo 2026 dalla testata digitale Indicon INNLIFES (Innovation in Life Science), Maria Luisa Brandi, professoressa di Endocrinologia e malattie metaboliche all'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e presidente della Fondazione Italiana per la Ricerca sulle Malattie dell'Osso (FIRMO) e dell'Osservatorio Italiano sulle Fratture da Fragilità (OFFI), ha evidenziato che la disponibilità di nuovi farmaci non è da sola sufficiente a contrastare l'impatto dell'osteoporosi.

Secondo i dati richiamati dall'esperta, la patologia interessa circa 500 milioni di individui a livello globale: oltre i 50 anni di età, il rischio di andare incontro a una frattura nel corso della vita riguarda una donna su tre e un uomo su cinque, ma solo il 25% riceve una terapia adeguata. Brandi rimarca che la prevenzione costituisce l'unica via per limitare mortalità, disabilità e costi sanitari, intervenendo prima del verificarsi delle fratture da fragilità.

Screening, formazione e strategie sequenziali

Per convertire l'innovazione in vantaggi clinici tangibili per i pazienti italiani, Brandi ritiene fondamentale potenziare lo screening mirato e la preparazione specifica dei medici di medicina generale. Sul piano clinico, viene indicata l'opportunità di adottare trattamenti in sequenza, somministrando prima un farmaco anabolico e successivamente un antiriassorbitivo per consolidare la massa ossea ottenuta. A questo si aggiunge l'esigenza di istituire modelli assistenziali sul territorio volti a favorire l'accesso alle terapie e la continuità nell'aderenza alle cure.

Ricerca e prospettive diagnostiche

Sul versante della sperimentazione, la FDA ha autorizzato l'impiego della densità minerale ossea dell'anca rilevata tramite DEXA come endpoint predittivo di frattura nei trial clinici, elemento che consente di pianificare studi scientifici con tempi e costi ridotti. Guardando all'evoluzione del settore, l'attività di ricerca si sta concentrando sullo sviluppo di nuovi agenti anabolici, in particolare anticorpi monoclonali di maggiore potenza, e su metodiche diagnostiche a ultrasuoni come la REMS (Radiofrequency Echographic Multi Spectrometry), considerate potenziali risorse per colmare il divario del 75% di pazienti attualmente privi di trattamento.