Uno studio sviluppato nell'arco di quattro anni da ricercatori dell'Università di Padova e dell'Ospedale di Vicenza, in collaborazione con esperti di Napoli e con il supporto economico del Consorzio per la Ricerca Sanitaria (CORIS) della Regione Veneto, ha approfondito gli effetti dell'esposizione ai PFAS sul sistema scheletrico. L'indagine, pubblicata sulla rivista internazionale Chemosphere, si è basata sull'analisi dei dati di 1.174 persone adulte (655 uomini e 519 donne di età compresa tra i 20 e i 69 anni) che vivono in un territorio veneto interessato da decenni dalla contaminazione delle acque destinate al consumo.

L'alterazione dei livelli di calcio nel sangue

Dall'analisi dei campioni ematici è emerso che i soggetti con le concentrazioni più elevate di PFAS mostravano anche valori più alti di calcio. Al contempo, i parametri relativi a vitamina D e paratormone non presentavano modifiche significative. Come spiegato dal professor Andrea Di Nisio, primo autore della ricerca, l'incremento del calcio circolante, pur mantenendosi all'interno dell'intervallo di normalità, segnala un'azione diretta delle sostanze contaminanti a livello osseo, principale serbatoio minerale dell'organismo, piuttosto che un mutamento dell'assorbimento intestinale o della regolazione ormonale. I PFAS tendono infatti ad accumularsi nello scheletro e stimolano l'attività degli osteoclasti, le cellule preposte al riassorbimento del tessuto osseo, determinando la liberazione di calcio nel flusso sanguigno e una conseguente perdita di densità minerale.

Impatto clinico e precedenti evidenze

Il coordinatore dell'indagine, il professor Carlo Foresta, ha sottolineato come l'osteoporosi rappresenti una delle manifestazioni cliniche più ricorrenti nelle persone esposte anche a basse concentrazioni di queste sostanze chimiche, potendo manifestarsi precocemente rispetto ai tempi fisiologici dell'invecchiamento. Precedenti ricerche condotte dallo stesso gruppo avevano già rilevato un calo della densità ossea in diciottenni residenti nella medesima area, identificando l'interferenza dei PFAS sul recettore della vitamina D e il loro deposito nell'idrossiapatite, componente inorganica fondamentale dell'osso.

Secondo quanto evidenziato da Foresta, i nuovi dati chiariscono che il legame tra PFAS e osteoporosi non è mediato primariamente da una carenza di vitamina D, bensì da un'azione dannosa esercitata direttamente sul tessuto osseo, confermando la rilevanza sanitaria e ambientale della contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche.